
C’è un paradosso nella mentalità odierna: le maschere perbeniste dell’inclusività, del rispetto del diverso, del multiculturalismo, della lotta alla discriminazione e la retorica secondo la quale dovrebbe esserci spazio per ogni sensibilità e dove ogni approccio culturale è visto come un arricchimentoservono molto spesso a celare finalità opposte, che vengono portate avanti spudoratamente. E così la promozione di caste intoccabili di privilegiati va di pari passo con la stigmatizzazione di molte categorie sgradite di persone che stanno diventando bersagli di disprezzo.
In questo contesto di vittimismo sfrenato e colpevolizzazione appare ancora sfumata una tendenza denigratoria che sta però peggiorando, nell’ambito di un conflitto intergenerazionale. Serpeggiano, soprattutto nelle generazioni più giovani e nelle più anziane, insofferenze legate all’appartenenza a gruppi di età anagrafica.
Qualcuno ha chiamato ageism questo fenomeno che rischia di sfociare in una ennesima forma di ‘razzismo’. Vediamo di capire cos’è. Sinteticamente, potremmo definirlo come una forma di critica che si radicalizza dando luogo a pregiudizi e discriminazioni verso altre persone a causa dell’età. Le fasce più colpite sono quelle più anziane e, in misura minore, quelle adolescenziali e giovanili (non però quelle più tenere).
L’ageism, diciamolo subito a scanso di equivoci, ha imperversato in tutti i tempi ma il bersaglio preferito è sempre stata la categoria delle giovani generazioni, quelle che ‘non sono più come una volta’. La novità oggi è che sul banco degli imputati è più facile trovare la classe sociale delle persone aged, su di età, ritenuta avvantaggiata e parassita a danno di altre.
L’avversione verso i limiti senili c’è sempre stata, come pure l’emarginazione nel lavoro di chi non può più offrire validi contributi materiali. Tuttavia, il rispetto dell’anziano e, in genere, della saggezza data dall’esperienza sono sempre stati valori condivisi che hanno fatto da contrappeso a certe derive.
Insomma, secondo una certa mentalità, i vecchi, quelli che non producono e quindi sono un peso per la società, godono di privilegi immeritati (soprattutto pensionistici) e rubano risorse alle generazioni future. Questa è la vulgata che si sta affermando e che fa da copertura ad altre cause ed errori che non si vogliono riconoscere.
Ho sentito raccontare manifestazioni di disprezzo di giovani verso anziani non motivate da fatti specifici o da responsabilità personali ma genericamente solo dall’appartenenza alla categoria di ‘vecchi parassiti’. ‘Tu appartieni alla generazione di chi ha consumato scriteriatamente le risorse e che di conseguenza trametterà a chi viene dopo un pianeta povero, una economia disastrata, un debito pubblico insostenibile e prospettive di pensione ridicole e umilianti’: più o meno in questi termini viene inculcato un pericoloso fomite di odio nella mente di tanti giovani, anche da chi ha responsabilità politiche.
D’altro canto, come dicevo sopra, la bassa considerazione dei vecchi verso i giovani è sempre stato motivo di scontro e continua ad esserlo anche oggi. Soprattutto quando i valori etici divergono radicalmente o si contrappongono. Mi riferisco non tanto a comportamenti o abitudini genericamente legate all’età: ogni periodo della vita ha i suoi ritmi, i suoi riti, i suoi interessi e una diversa dosatura delle energie, sia fisiche che spirituali o morali. La diversità che rende ostili è di carattere ideologico e diventa problematica quando investe la fede, la famiglia, i valori etici, i rapporti personali o la politica.
Certo, le ultime generazioni hanno validi motivi per recriminare e non hanno la fortuna di beneficiare di alcune condizioni favorevoli in cui si sono trovati i loro genitori o nonni. Ma, prima di attribuire meriti, demeriti o accuse, occorrerebbe esaminare con onestà di giudizio l’evoluzione della nostra società nell’ultimo secolo.
Occorre ripulire la memoria, non inquinare le coscienze
L’ageism, come ho precisato, è espressione di un conflitto generazionale che è sempre stato presente nella società. Il gap, il divario non solo di età ma anche di culture, rende fisiologico il contrasto. La preoccupazione nasce quando si oltrepassano certi limiti. Le spinte eutanasiche, ad esempio, suonano a chi ha una certa età come un campanello d’allarme e rivelano strategie di eliminazione di categorie considerate come pesi o scarti della società. Ormai si sta arrivando persino a negare terapie a pazienti che hanno la colpa di essere troppo anziani o con ridotte prospettive di vita.
L’ageism è dunque la radicalizzazione del conflitto. È una tendenza che va di pari passo con la contrapposizione, diffidenza e ostilità dei sessi o con altre polarizzazioni, politiche, ideologiche o sociali, tipiche di questi ultimi decenni.
Nell’ambito di tale fenomeno, che meriterebbe ampi approfondimenti, vorrei proporre un’analisi su una questione limitata. Cioè sull’aspetto a cui ho accennato sopra che riguarda le dinamiche previdenziali e demografiche. Ritengo infatti importante cercare di disinnescare crescenti motivi di conflitto, portando elementi di chiarezza nell’individuazione di cause, errori e colpe passate. Con l’obiettivo non tanto di eliminare quei motivi ma di ridurli al minimo.
Quello che servirebbe per pacificare gli animi, a mio avviso, è una purificazione della memoria, cioè una obiettiva lettura del presente e delle prospettive future che interpreti correttamente il passato.
Un necessario quadro di dati e tabelle statistiche
Per essere preciso e più attendibile nella mia riflessione, potrei produrre molteplici grafici e analisi statistiche a supporto di quello che dirò. Non è però questa la mia intenzione perché vorrei mantenere una certa snellezza espositiva e non appesantire troppo questa ricerca, destinata ad un pubblico di non specialisti.
Mi limiterò quindi a rinviare al seguente link (voce di Wikipedia ‘Demografia d’Italia’ sezione ‘Statistiche demografiche’, tabella con dati Istat richiamati in nota 28).
La tabella richiamata riassume rilievi statistici dall’unità d’Italia ad oggi. In particolare, la mia attenzione si indirizza sui seguenti dati, esposti anno per anno: numero dei nati, dei morti e tasso di fecondità totale (nati per donna).
Il ragionamento che cercherò di sviluppare in seguito prende inoltre in considerazione i seguenti presupposti, di carattere demografico:
– le generazioni succedutesi a partire dal 1910 in Italia possono essere suddivise per coorti raggruppate in decadi: e così avremo la coorte anni ’10 dei nati tra il 1910 e 1919, poi la coorte anni ’20 per i nati dal 1920 al 1929 e così via sino all’ultima coorte presa in esame, relativa al periodo 2010/2019. Chiamiamo coorte 1 quella del periodo 1910/19, coorte 2 quella del successivo periodo 1920/29 e così via fino alla coorte 11 relativa ai nati dal 2010 al 2019.
– ipotizzo poi, per avere un dato omogeneo, che ci sia per ogni coorte una età media rappresentativa della nascita dei figli. Mi spiego con un esempio: se la coorte anni ’10 ha avuto in media circa tre figli per donna scaglionati (in una ipotetica media) a 25, 30 e 35 anni, ne risulta che quella coorte ha generato mediamente a 30 anni. Se invece alla coorte dell’ultimo decennio del secolo scorso attribuissimo per ipotesi (che verificheremo fra qualche anno) una media di un figlio per donna, generato nell’età media di 30 anni, anche qui potremmo dire di quella coorte che ha una media generativa fissabile a 30 anni.
– per semplificare, supponiamo che tutte le coorti, indipendentemente dal numero di figli per donna, abbiano una età media della nascita di figli a 30 anni. Possiamo dire che tale periodo rappresenta il cambio generazionale (l’età media di una generazione), quello che una volta era di 25 anni, perché le famiglie generavano prima.
– conseguentemente, potremmo dire che ogni anno della coorte 1 ha generato mediamente dal 1940 al 1949, la coorte 2 dal 1950 al 1959, eccetera.
– consideriamo inoltre che ogni coorte sia rappresentata dall’anno che sta a metà del periodo. La prima coorte degli anni ’20 dovrebbe essere rappresentata unitariamente dal secondo semestre 1924 e dal primo del 1925. Per semplificare assumiamo come rappresentativo della decade l’anno 1925 e così anche per le altre coorti l’anno che finisce per 5. Chiamiamo questo periodo rappresentativo ‘anno medio di coorte’.
Dopo queste prime premesse, passiamo alle seguenti ulteriori precisazioni, di carattere più specificamente ‘previdenziale’:
– La coorte 1 (1910/19), la coorte 2, la coorte 3 e in parte la coorte 4 hanno avuto accesso ai trattamenti pensionistici, prima che le riforme degli anni ’90 esercitassero un concreto impatto, con sistema retributivo (molto più agevolato rispetto al contributivo) e, per lungo tempo, con pensionamento anticipato a 57 anni con 35 di contributi, poi innalzati progressivamente. Tale opportunità era abbondantemente sfruttata dai cittadini, come pure altre possibilità di accesso anticipato previsto in molti settori pubblici. Giustamente per queste coorti si può parlare di privilegi previdenziali, per non parlare di abusi (‘baby pensioni’), venuti drasticamente meno dopo la riforma Fornero del 2011.
– supponiamo che, mediamente, le prime quattro coorti abbiano avuto accesso alla pensione a 60 anni (anno medio di pensionamento); per le successive ipotizziamo che l’età media si sia alzata o si alzerà progressivamente fino a quella (presunta) della undicesima coorte a 75 anni.
– da un punto di vista demografico, è risaputo che in Italia nel dopoguerra è cresciuta una generazione particolarmente numerosa, chiamata baby-boomers, cioè figli del boom economico. Essa è identificabile nel periodo 1946-1964, cioè in un periodo in cui i nati erano circa un milione all’anno e il tasso di fecondità era mediamente di 2,496 figli per donna (oggi viaggia a 1,18).
A questo punto inquadriamo i presupposti che ho elencato nella seguente tabella:

Interpretandola correttamente, possiamo ora trarre qualche conclusione.
Il sugo della storia
I tanto vituperati privilegiati delle prime quattro coorti (quelli che maturavano i requisiti di accesso alla pensione prima dei 60 anni e il cui anno medio di coorte è quindi andato in pensione nel 1975, 1985, 1995 e 2005) erano però anche quelli che assicuravano alla società tassi di fecondità che erano più del doppio di quelli attuali. E le precedenti due coorti, con tasso di fecondità medio di decennio del 3,62 e 3,06 (fuori della precedente tabella, ma riscontrabile al citato link), contribuirono ancora più massicciamente al ricambio generazionale, consegnando all’Italia del dopoguerra una popolazione molto giovane. E quindi piena di energie e motivazioni di crescita.
Ciò significava anche che il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati si mantenesse per molti decenni su livelli più che accettabili. L’alta natalità consentiva che i lavoratori che uscivano dal mercato del lavoro erano di gran lunga rimpiazzati dai giovani che vi entravano (potremmo ipotizzare tassi di sostituzione maggiori di 3 a 1). Andare in pensione a sotto i 60 anni era un lusso, ma tutto sommato sostenibile. E poi la durata media della vita era molto inferiore ad oggi, con minor aggravio per gli enti previdenziali e per la Sanità pubblica.
Oggi le ultime coorti ci hanno portato ad un tasso di fecondità di 1,18 (2024). E poiché tale trend è l’epilogo di una curva in costante discesa dal livello che ancora nel 1969 era di 2,51, oggi (o meglio nel 2023) siamo arrivati ad un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati di 1,45 a 1. Tendente nel 2050 a diventare 1 a 1, cioè un lavoratore contribuente per ogni pensionato.
I giovani (e meno giovani) che oggi si lamentano dell’insostenibilità del sistema pensionistico e del cupo futuro che li aspetta sono però i medesimi che si rifiutano di fare figli. Come possono allora pretendere che il sistema regga, se essi stessi vengono meno alla responsabilità genitoriale? Non generando impediscono i preziosi apporti contributivi di nuove generazioni che andrebbero alla fine a loro vantaggio.
Alla luce di quanto ho precisato sopra, mi sento di arrivare a questa conclusione: grosso modo, ogni generazione raccoglie ciò che semina e ciò che merita.
Quindi l’invito che faccio a chi ha il dente avvelenato contro le generazioni precedenti è quello di riconoscere meriti, responsabilità personali ed anche errori derivanti dalla perdita di valori. Questione diversa è chiamare a rispondere chi ha gettato alle ortiche questi valori…
Qualcuno potrebbe dire che questo discorso sia pro domo mea, cioè ritagliato per difendere da accuse quelli della mia età. Non è così: riconosco che la mia coorte (per la precisione la sesta, del periodo 1960/69) ha avuto un tasso di fecondità medio di decennio scarsissimo (1,26). I figli generati dalla mia coorte sono stati di gran lunga insufficienti a garantire gli equilibri di sostenibilità a fronte di quelli che sono usciti dal mondo del lavoro.
Pertanto la mia coorte, pur essendo molto più penalizzata delle precedenti nell’accesso alla pensione, non può accampare troppe pretese né accuse. Ma ancor meno potranno farlo le coorti successive.
Paradossalmente però, potrebbe prospettarsi per le ultime coorti nate nel nuovo millennio una prospettiva meno sfavorevole di quanto oggi si preveda. Poiché le criticità maggiori per l’INPS nei prossimi anni derivano dal fabbisogno finanziario delle annate più prolifiche (1946/1964), va da sé che quando queste verranno meno il problema si alleggerirà. Quindi, i nati dopo il 2000 non dovranno sostenere carichi gravosi come le coorti del secolo precedente e beneficeranno di un riequilibrio anche nel caso persistessero nel trend di natalità al ribasso. In tal caso, il loro sarebbe sì un beneficio immeritato.
Conclusioni
La mia analisi sin qui esposta, basata su dati statistici del passato e proiettata nel futuro non ha grande valore predittivo. Essa si basa infatti su valutazioni che considerano solo alcune variabili. Rimangono esclusi invece fatti straordinari che di solito gli esperti non prevedono e che però accadono, facendo regolarmente saltare le loro previsioni.
Difficilmente, infatti, nelle proiezioni statistiche si considerano fattori o eventi straordinari come guerre, cataclismi, impatto di virus e malattie, collassi finanziari, conflitti sociali, novità tecnologiche o altre possibilità quali l’emergere di scelte politiche di controllo e gestione affidati all’Intelligenza Artificiale. Tutte situazioni che possono ribaltare ogni prospettiva o studio attuale.
In conclusione, fatte salve altre fondate recriminazioni di giovani svantaggiati sulle quali non voglio addentrarmi, ribadisco il succo del discorso: conoscendo meglio certi dati che ho posto in evidenza in ambito statistico e previdenziale, le generazioni che oggi vengono accusate come approfittatrici meriterebbero invece un po’ di gratitudine e riconoscenza. Hanno creato e sostenuto il miracolo economico italiano con tante rinunce, sudori e sacrifici, hanno mantenuto salde e numerose le famiglie e alla fine hanno goduto dei frutti che sono derivati dalle loro scelte.
Oltretutto, chi incolpa oggi non è detto che un domani potrà essere chiamato a difendersi dalle stesse accuse di sfruttamento (se la colonna dare=figli generati sarà deficitaria rispetto a quella avere=trattamenti previdenziali). E non avrà molte attenuanti…
Invece di ingaggiare una classica guerra tra poveri, sarebbe meglio denunciare l’incapacità e la miopia delle classi politiche e la perdita di quei valori che hanno fatto da traino alla nostra economia nel periodo del boom economico.
(Roberto Allieri)
